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L'Associazione “Savio Benefator” nasce per iniziativa di Dina Pasquali Vivante per ricordare il marito Cesare Vivante, scomparso nel 2014. 

Sembrò naturale ricordare assieme a Cesare anche la sorella Bice venuta a mancare nel 1975.

Cesare e Bice erano gli ultimi superstiti del loro ramo famigliare sterminato nella Shoah.

I Vivante sono stati mercanti e armatori, “Savio Benefator” era il nome di una delle imbarcazioni della famiglia.

“Savio Benefator” è stato scelto perchè riporta all'antica attività, il dialetto ricorda il forte legame di Bice e Cesare con Venezia e risulta di buon auspicio per l'attività che l'Associazione si propone.

 

Bice Sara Vivante (1917-1975) si laurea in lettere classiche nel 1940. Durante le leggi razziali insegna presso la scuola ebraica istituita per gli studenti espulsi dalle scuole pubbliche. Dal dopoguerra insegna nella scuola media inferiore, in particolare per lunghi anni e fino alla morte presso la Scuola Media Statale “P.F. Calvi” di Venezia. Si dedica con passione non solo all'insegnamento, ma anche alla formazione dei suoi alunni come testimonia a distanza di anni Antonella, una sua allieva privata che ne conserva vivo il ricordo:

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""Un piccolo cenacolo lo studio dove Bice Vivante riceveva i suoi studenti privati. Mi fa un po' strano usare il termine "studenti" per ragazzi e ragazze nella maggior parte figli di amici che lei aveva visto crescere.

Le eravamo affidati per essere seguiti in italiano, latino e greco, ma le sue lezioni erano quelle di un “precettore” moderno, aperto al dialogo, alla discussione, allo scambio di idee, ma soprattutto al supporto di giovani adolescenti che in lei trovavano una confidente, una consigliera, un’amica sincera.

Autorevole, ma mai autoritaria, sapeva mettersi alla pari con noi, sempre disponibile ed allegra. 

Il suo sorriso, la sua voglia di vivere, partecipando alle nostre esperienze, erano forse, lo ho capito solo più tardi, la ricerca di superare il suo passato tanto doloroso e la volontà di recuperare, attraverso noi, la sua giovinezza negata.   

Mai le ho sentito pronunciare una parola di disprezzo o di condanna verso chi le aveva distrutto la famiglia, anzi, la sua esperienza la aveva trasformata in persona sensibile e dolcissima.

L'ora di ripetizione volava e spesso, con Negretti, il suo adorato gatto disteso sui nostri quaderni e vocabolari, superavamo quell'ora e chiacchieravamo di letteratura e di attualità. Si, perchè la nostra Bice è stata per tutti noi la persona che aveva trasformato, senza rendersene conto, il suo studio, per dirla con un termine moderno, in un "punto d'ascolto per giovani".   

Nessuno di noi l'ha dimenticata. Abbiamo sofferto e pianto per la sua mancanza sia noi che i suoi alunni di scuola e tutti ora, quando ci incontriamo, non più giovani, parlando di lei ci commuoviamo"".

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Antonella L.

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""Anch'io facevo parte di quel ”piccolo cenacolo“, come dice Antonella. La signorina Bice era stata la mia insegnante di lettere alla scuola media "P.F.Calvi" e poi la mia insegnante privata di italiano e latino alle superiori . Dice giusto Antonella, e nulla mi sentirei di aggiungere quando la definisce precettore moderno, confidente, consigliera . Mi ha fatto amare la lingua latina al punto che sono stata ammessa con il 9 all'esame di maturità. Era diventata ormai  una tenzone tra me e lei e poi sorrideva soddisfatta della sua discepola. Sempre discreta, quando si parlava della storia recente, nulla delle sue vicissitudini del periodo di guerra è uscito dalla sua bocca . Il nostro legame di amicizia e affetto era rimasto nel tempo anche dopo la scuola, mi sono sposata nell'agosto del 1975, lei mi aveva promesso che sarebbe venuta a vedermi il giorno del matrimonio. Purtroppo  si ammalò e ricordo, come fosse oggi, che uscendo dalla chiesa di S.Maria della Pietà, tra le persone presenti scorsi la fedele Pierina…. lei si era ricordata della sua promessa. Grazie signorina Bice, grazie di essermi stata amica e maestra durante la mia adolescenza, non ti ho mai dimenticata"" . 
 
Giancarla R.

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Il suo ricordo è ancora presente anche in chi l’ha conosciuta solo per un breve periodo :   

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""Ho conosciuto la Professoressa Bice Vivante alla fine degli anni 60 quando, in occasione di una mia bocciatura in Greco sono stato mandato da mio padre a ripetizione da Lei. Era estate e la ricordo con quei camicioni di cotone sulle tinte del verde che ben si sposavano con i suoi capelli rossi e quel viso dolce.

Era molto paziente con un somaro come me e ricordo le sue mani piccole e piene di lentiggini che scorrevano su e giù per costruire l'esatta traduzione delle versioni di Greco. Ho passato ripeto solo i tre mesi estivi in sua compagnia ma il mio ricordo è vivo come l’avessi davanti agli occhi adesso. 

Mi è molto dispiaciuto quando se ne è andata colpita da una malattia fulminante e comunque il ricordo che serbo di lei è quello di una persona buona, paziente e disponibile.""

 

Alberto S.

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""Alle medie, con fatica, avevo superato (a ottobre) il latino. 

Mia mamma e mia zia, amiche della Bice, mi mandarono a "ripetizione" da Lei già dalla quarta ginnasio. Con Lei, che si fece delle matte risate su alcuni strafalcioni nelle mie traduzioni, come quella volta che, non avendo guardato a che cosa si riferiva esattamente la parola, (anzichè però, scrissi pirus, che come tutti sanno significa pero). Imparai così, l'uso del dizionario che mi consentì, non tanto di diventare un latinista, ma di navigare sempre sopra la sufficienza anche al liceo.

Ma, dalla Bice, c'erano anche la Pierina onnipresente governante, ed il mitico Negretti, gatto vecchiotto e buonissimo, oggetto di scherzi infiniti, (chiuso nel frigorifero "tanto aveva il pelo", pon pon legati alla coda sotto Natale.

Un'altra volta, infilate le zampe in mezzi gusci di noci, tanto che, Negretti prese una gran paura e si mise a correre nel corridoio alla fine scivolando e sbattendo sull'armadio posto in fondo.

I rimproveri furono più che duri, ma mi parve di vedere nella dolcezza della Bice un'ombra di sorriso, oggi, ripensandoci forse aveva anche lei voglia di giocare con il gatto, ma non alla mia maniera...Ciao Bice""

 

Giulio G.        

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Cesare Vivante (1920-2014) frequenta il liceo classico “Marco Foscarini” di Venezia da cui viene espulso l'ultimo anno a causa delle leggi razziali.

Grazie al sostegno dell'illuminato insegnante di greco, prof. Enrico Turolla, potrà sostenere in qualità di privatista, l'esame di maturità assieme alla sua classe.

Non potendo iscriversi all'università trova qualche piccola occupazione con la difficoltà che il suo essere ebreo comporta.

Assieme alla sorella, nel 1943 è costretto a rifugiarsi in Svizzera, mentre il resto della famiglia rimasto a Venezia verrà deportato.

Al rientro lentamente riprende gli studi e ottiene la laurea in Lettere e Filosofia all'Università di Padova. Si dedica poi all'insegnamento negli istituti superiori.

Dopo la pensione si dedica al recupero del patrimonio storico artistico della Comunità ebraica veneziana, in particolare dell'antico cimitero del Lido. Nel 1990, alla morte del dottor Alberto Mortara, presidente del Comitato per il centro storico ebraico di Venezia, viene eletto presidente del medesimo e in tale veste opererà con grande passione.   

Ha pubblicato: "La Comunità ebraica di Venezia e il suo antico cimitero" Ed. Il Polifilo di cui è stato uno dei curatori editoriali, e in tale veste, dopo la prematura scomparsa dell'autore, Rav Aldo Luzzatto, ne ha integrato il testo; "L'antico cimitero ebraico del Lido" in "Guida alle sinagoghe, al museo e al cimitero" Ed. Marsilio, e "Una testimonianza" in "Adolfo Ottolenghi", a cura di Umberto Fortis (stampato a cura) Comunità Ebraica - Fondazione Querini Stampalia Onlus.     

Negli ultimi anni si dedica alla ricostruzione della storia della sua famiglia, pubblicando nel 2009 "La memoria dei padri - Cronaca, storia e preistoria di una famiglia ebraica tra Corfù e Venezia" Ed. Giuntina.  

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"Caro Professore, eccoci qua…

mi piace immaginare che lei ora mi possa vedere e mi piace immaginare quella sua espressione di sorriso benevolo e discreto, quella che tante volte le ho visto nel volto quando intendeva dire qualcosa che più che detto andava sottinteso, intuito. Una forma di affettuosa complicità, che oggi sicuramente avremmo, nello scorgere insieme quel filo rosso che intesse le relazioni, a volte travalicando i normali confini del tempo e dello spazio.

Correva l’anno scolastico 1968/69, io frequentavo la prima media alla scuola “Angelo Roncalli” di Mestre, in Viale S. Marco, e lei era il mio professore di lettere.

L’anno scolastico successivo non la ritrovai…. Ci ritrovammo invece dopo qualche anno, al Foscari, l’istituto tecnico commerciale dove lei seguì nel triennio noi ragazzi della sezione D.

Noi, allora studenti confusi e distratti, ma anche adolescenti ricettivi che ben capivano di avere un insegnante speciale, con uno spessore culturale ben diverso dal comune, e che aveva qualcosa di importante da trasmetterci.

Poi ci perdemmo ancora. Lei andò in pensione, e ai nostri occhi era la scelta di un prof. che lasciava la scuola per seguire la sua vocazione di studioso, per dedicarsi completamente all’approfondimento della conoscenza.

Così noi l’avevamo conosciuta, e ci sembrò naturale poi, per molti anni, pur non incontrandoci più, seguire da lontano i suoi passi. Anch’io, che mi trasferii ancora ragazza nelle Marche, dove vivo ancor oggi, sapevo che lei proseguiva i suoi studi, che collaborava attivamente con il Museo Ebraico di Venezia, che era impegnato per la salvaguardia del patrimonio artistico e culturale ebraico in città. E che curava un lavoro molto importante ed impegnativo di recupero del cimitero ebraico del Lido. E ancora che continuava incessantemente le sue ricerche all’Archivio di Stato e i suoi approfondimenti storici per poter ricostruire la lunga storia della sua famiglia. Faticosa e complessa ricerca, che si concretizzò poi nella pubblicazione de “La Memoria dei Padri”, libro che lei mi donò e che oggi è il segno concreto della sua eredità e per me anche del suo affetto. 

Fu nel 2006, alla ricorrenza dei trent’anni dalla nostra maturità, che riuscii a partecipare al ritrovo della classe organizzato dai miei ex compagni. E c’era un Professore, uno, il simbolo dell’insegnante, che noi avevamo avuto piacere di invitare: il professor Cesare Vivante.

E avevamo preparato per lui una targa ricordo, per onorarlo e ringraziarlo.

Tutti noi, ora adulti, ci scoprivamo a portare nel cuore ciò che con la forza potente della passione era riuscito a trasmetterci: il valore della conoscenza, il suo amore per il sapere, il rigore scientifico, l’onestà intellettuale e l’impegno sempre necessario per progredire.

Grazie, caro professore".

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Questa la suggestiva testimonianza di Lucia, una ex alunna, a distanza di oltre quarant'anni anni dal suo esame di Maturità. 

                                                                           

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                                                                                          *  *  *

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Altrettanto significativo il testo inviato spontaneamente agli ex compagni di classe da Luciano appena appresa la notizia della morte: 

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"In questo momento posso solo dire che era, umanamente, una grande persona. Lascia certo un grande vuoto. È vero che si tratta "della ruota della vita", e la sua è stata lunga, ciò non toglie che venga a mancare una gran brava persona. A noi ha dato, penso di poter usare il plurale, molto di più di quanto non abbia ricevuto da noi, allora studenti un po' scapestrati.
Un solo ricordo del tutto personale: lui è stato l'unico tra i nostri professori che mi fece una referenza quando fui assunto. Lo fece volentieri e ricordo ancora, come fosse ieri, il suo sorriso e la stretta di mano quando mi salutò.
Credo sia l'ultimo incontro che ebbi con lui. Di lui avrò, almeno, un ricordo legato alla sua maturità e alla nostra giovinezza!
Viva il Prof. Cesare Vivante, Uomo d'altri tempi, nel senso positivo del termine!!!
Ciao a tutte le compagne e compagni della 5D"

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E ancora le toccanti parole di Paola, amica carissima:

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"Cesare è per me, nel ricordo e nel cuore un amico saggio. 

Con semplicità e vero amore è stato vicino in momenti poco felici della mia vita e assieme a Dina mi ha permesso di vivere un clima di affetto e accoglienza.

In lui ho colto amore per la natura, per la conoscenza e rispetto nel significato che ne dà Fromm, la capacità di vedere una persona com'è, di conoscerne la vera individualità.

I suoi silenzi nell'ammirare le montagne, o semplicemente seduto in casa mi sono stati esempio ad avere contemplazione per il puro piacere di arricchirmi dell'esperienza. 

Non dimentico il suo sorriso e il suo saper ridere, un umorismo sottile e discreto.

Grazie Cesare".

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Ho conosciuto il prof. Cesare Vivante verso il 1985 quando ho avviato le ricerche sulla produzione di ceramiche a Venezia nel ‘900. E’ risaputo che Venezia vanta una antica tradizione ceramica che culmina nel ‘500 con le maioliche di Mastro Domenico e nel ‘700 con le straordinarie porcellane di Vezzi e di Cozzi; ma non era ancora stata indagata la situazione del XX secolo che in effetti aveva visto Venezia, dopo la crisi del’800, riprendere la lavorazione della ceramica. La mia sorpresa era stata grande nel costatare che il primo ceramista veneziano moderno, Giacomo Vivante, aveva avviato una fornace a Murano agli inizi del secolo scorso. Dunque, nell’isola del vetro, c’era stata una vicenda coperta dall’oblio che pure doveva essere studiata e ricostruita, se non altro perché era stata dimenticata. Fu così che apersi l’elenco telefonico e provai a telefonare ai Vivante che vi erano registrati e dopo qualche tentativo andato a vuoto entrai in contatto con il professore il quale, con la gentilezza e disponibilità che tutti conoscono, mi invitò a casa sua (abitiamo a due passi nella zona di San Samuele) e mi mostrò le ceramiche dello zio Giacomo presenti in casa (allora conobbi anche la moglie Dina con la quale ci vediamo spesso o in Campo Santo Stefano o nelle calli vicine). Da lì è cominciata una frequentazione abbastanza fitta che mi consentì di apprezzare la cultura e il carattere del Professore il quale è stato fondamentale per la conoscenza da parte mia del personaggio Giacomo Vivante, pittore e ceramista molto interessante. In particolare le ceramiche di Vivante hanno caratteristiche uniche nella storia della ceramica veneziana del ‘900, trattandosi di ideazioni che hanno fatto riferimento al gusto liberty e quindi, anche per il mondo del vetro, cosa alquanto rara nella Venezia dell’epoca. E’ stato dunque in gran parte per merito del Professore se ho potuto pubblicare il volumetto – Terre ferme. Ceramiche del novecento a Venezia e dintorni – che si apre proprio con la trattazione dello zio del Professore e che in copertina porta illustrata una formella con pavone uscita dalla fornace muranese di Giacomo. Anche in seguito, quando è stata organizzata la mostra dedicata al centenario della Biennale, nel 1995, l’aiuto del professore ci ha permesso di avere in mostra, al Museo di Ca’ Pesaro, alcuni rari pezzi della manifattura di Giacomo Vivante.

I contatti col Professore e con sua moglie si sono susseguiti e assieme abbiamo parlato di tante cose, dell’attività del Professore presso la Comunità ebraica di Venezia, delle vicende della sua famiglia, dei parenti stabilitisi in Israele (che ho conosciuto personalmente), delle questioni legate alla storia e all’attualità del Cimitero ebraico al Lido. Così un giorno sono andato con lui al Lido e ho potuto usufruire della sua prestigiosa guida sia nel cimitero antico che in quello moderno. La passione con cui seguiva le incombenze più diverse era pari solo alla sua estrema competenza e entrambe erano compenetrate dalla sua profonda umanità. Nel suo sguardo e nei suoi modi di parlare e di comportarsi leggevo la paziente e lungimirante biografia dell’ebraismo, riscontravo nel suo passo veloce e assorto la concentrazione di una persona che tanto ha sofferto ma nel suo comportamento vedevo anche la leggera ironia, velata di tristezza, che consente di studiare il passato e di interrogare il presente.

Mi raccontava spesso dell’enorme lavoro che stava svolgendo sulla storia del Cimitero antico e quando mi ha regalato una copia della monumentale pubblicazione ho potuto costatare che le sue ricerche lo avevano portato a un esito importantissimo. Recentemente, sempre per le ceramiche di Giacomo, sono tornato nella loro casa e la signora …….. mi ha aiutato ancora una volta a reperire documenti e fotografie del Vivante ceramista. Sono tornato volentieri ma anche un po’ con il cuore in gola in quella loro bella casa dove ho rivisto tante cose che ricordavo e non ricordavo. Non ho mai chiesto alla gentile consorte del Professore una foto di suo marito. Adesso, portandole questo modesto ricordo, gliela chiederò! Perché non posso e non voglio dimenticare una persona così amabile e seria, così allegra e così triste, così addentro e così estranea al mondo che ci tormenta e ci consola.

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Nico Stringa

 

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Scrivo queste righe su invito di Dina Pasquali, moglie e compagna di Cesare per una parte rilevante della sua vita. Alle persone che non hanno conosciuto Cesare personalmente e lo vogliono avvicinare suggerisco di leggere il suo libro, pubblicato nel 2009, “La memoria dei padri. Cronaca, storia e preistoria di una famiglia ebraica da Corfù a Venezia”, ed . Giuntina, Firenze. Non perche’ in esso l’autore parli diffusamente di se stesso. Al contrario i cenni alla propria persona, sono scarsi, sottovoce, discreti. Ma piuttosto perchè il modo in cui ha raccolto e racconta la storia della sua famiglia, la sua voce narrante, lo riporta immediatamente vivo e presente al lettore. Il commento con cui accompagna gli eventi e la modalità attraverso la quale li ricostruisce lasciano filtrare le componenti portanti del suo carattere: il rigore, la cura e la precisione rispetto a quello che sta trattando ne dichiarano l’acutezza, la costanza e l’intelligenza nella lettura di ciò che altri hanno scritto, vissuto, dichiarato o codificato.

La simpatia e l’affetto con cui si rivolge alle generazioni passate e riconosce i loro sforzi nell’affermarsi testimonia il legame profondo con le sue radici. Eppure, in molti anni di frequentazione, non l’ho mai sentito sottolineare la sua appartenenza a un gruppo familiare certamente di spicco nella storia veneziana del settecento-ottocento. Non ce n’era bisogno. Era lui stesso la raffigurazione di quello che, in modo poco iconico, potrebbe essere riconosciuto il suo essere ebreo nel suo significato più profondo e pacato. Moderato nelle parole, nelle discussioni, nei giudizi, ma totalmente determinate nell’onestà del suo agire. Sapeva leggere nelle azioni altrui, il suo giudizio interiore era accurato, in senso positivo o negativo, e a quella accuratezza si atteneva per misurare e decidere la sua condivisione sociale.

Quando lo conobbi aveva un po’ d’anni più di me, ma la sua curiosita’ per il mondo, per le idee e per le loro realizzazioni era quello di un ragazzo giovane, di un adolescente, una spinta che mitigava con la sua esperienza legata alla maggiore età. Era la fine degli anni ’60 e Cesare si era gettato nella “rivoluzione” allora emergente con quelle sue caratteristiche che sembravano in realta’ non aver nulla di rivoluzionario. Si discuteva allora, tutti assieme, di democrazia, di uguaglianza di diritti, di lotta alla corruzione, della necessità di costruire un mondo nuovo e migliore.

All’epoca, ad esempio, con un sentimento di cospirazione, andavamo a Mira per assistere allo spettacolo di Dario Fo e Franca Rame “Morte accidentale di un anarchico”, in cui si sosteneva che un vero processo di democratizzazione poteva verificarsi solo nel caso in cui si fosse affrontata la verità. L’opera teatrale, come le persone della mia eta’ ricordano, racconta la “morte accidentale” dell’anarchico Pinelli avvenuta il 15 dicembre 1969 al Commissariato di Milano. In essa si sosteneva la tesi del suo omicidio e la sua rappresentazione fu più volte attivamente impedita dalle forze dell’ordine. Sapevamo che la polizia poteva irrompere nel teatro, interrompere la rappresentazione ed evacuare il teatro stesso. Ciò era sovente accompagnato dalla richiesta della carta di identità per essere “schedati”. Tutto questo metteva un senso di timore. Andare allo spettacolo aveva un sapore particolare poichè era, di per sè, una sfida all’istituzione, ma Cesare non pareva per nulla preoccupato.

Altri riti si accompagnavano a quel processo di rinnovamento come ad esempio la partecipazione alle assemblee studentesche, la messa in discussione del nostro ruolo di insegnanti, etc. Un vivido ricordo di quegli anni mi riporta all’incontrarsi alla sera in gruppi di amici per discutere situazioni, azioni, idee e ideali. Alcuni di quegli incontri avevano caratteristiche pittoresche. Ci recammo, ad esempio, piu’ di una volta nella casa di Luigi Nono, già allora musicista di fama internazionale, in occasione di riunioni a cui partecipavano personalità diverse (ricordo ad esempio Berio). L’atmosfera era particolare perchè Nono si era recato a Cuba per conoscere di persona quanto Fidel Castro stava realizzando nell’isola, ad es. l'istituzione di un servizio sanitario, il diritto allo studio per tutti. In particolare, all’epoca, Castro, nella speranza di renderla autosufficiente, aveva convertito l’economia dell’isola sostituendo le colture del luogo con la coltivazione della canna da zucchero. In pratica passammo il tempo vedendo filmine di piantagioni di canna da zucchero. Ne risultò una serata davvero noiosa che Cesare classificò, con sottile ironia “non ispirata”.

Cesare si dedico’ poi con perspicacia, perseveranza e attenzione allo studio di aspetti diversi della storia degli ebrei a Venezia (cfr. In questo sito il ricordo di M. Calimani). Il suo sforzo fu anche rivolto alla conservazione dei monumenti storici ebraici, sforzo riconosciuto anche dalla attribuzione del Premio Torta alla Comunità ebraica negli anni '80 per il restauro architettonico di una sinagoga, credo della Scuola Tedesca, a cui Cesare aveva dedicato molto del suo tempo.

Nella sua vita Cesare ha dovuto affrontare situazioni estremamente dolorose, prima fra tutte la morte del padre nella difficile e delicata fase della pre-adolescenza. Piu’ tardi, poco più che ventenne, con un viaggio pericoloso e drammatico in cui sperimentò il tradimento della persona a cui era stato affidato assieme alla sorella, si era dovuto portare in salvo in Svizzera per sfuggire alle persecuzioni razziali. Eppure, pur avendo vissuto questi eventi, non ho mai percepito in lui la presenza di rabbia e rancore nei confronti della vita e dell’umanità che pure lo aveva cosi’ profondamente messo alla prova. Nella conclusione del libro citato sopra egli ricorda con misura e affetto le morti drammatiche di ben 17 componenti della sua famiglia dovute alle persecuzioni razziali. E dice “il Congedo (riferendosi alla parte conclusiva del libro) intende ricordare ad uno ad uno quanti nella mia famiglia paterna, nelle altre del medesimo ceppo, nella mia famiglia materna, hanno subito un’offesa irreparabile nella loro persona. Interi nuclei familiari sono andati distrutti. Una strage, nell’incommensurabile strage dell’Olocausto” (pag 151). A questa frase fa seguito l’elenco dei suoi cari scomparsi senza alcun ulteriore commento.

Un sentimento di profonda tristezza con una capacità di guardare gli eventi da lontano pur mantenendone il giusto spessore. Cesare è riuscito a mantenere, nonostate tutto, il piacere di vivere, di comunicare, di godere di quanto lo circondava e la determinazione di costruire qualcosa di nuovo mantenendo il contatto con quanto ci ha preceduto. Ringrazio lui e Dina per la loro preziosa pluridecennale amicizia.


 

Maria Tallandini

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Venezia, autunno 1972

Un giorno di pioggia con l’acqua alta. Bisogna provarlo per capire quanto disagio riesca a mettere nel fisico e nell’animo di una persona.

Eppure io ero felice ed emozionato: stavo per realizzare uno dei miei più grandi sogni di ragazzo.

Fin da bambino ero affascinato dall’immagine stereotipata, perlopiù trasmessa da vecchi film americani degli anni ’50, dei primi grandi calcolatori e rappresentati come potenziali sostituti della mente umana. Dei grandi “cervelli elettronici”.

Venivano proposti, esagerandone e travisandone le reali capacità, come degli antagonisti all’uomo stesso, alle sue capacità mentali. Come nuovi Golem, erano descritti al grande pubblico come frutto e, allo stesso tempo, causa del declino della mente umana.

Ma io ero sicuro che, aldilà delle rappresentazioni più futuriste e nichilistiche,  l’umanità si trovava di fronte ad una nuova via da percorrere e che questi nuovi potenti ausili artificiali potevano cambiare, forse per sempre, il nostro modo di affrontare le sfide del sapere e della conoscenza. E, perché no, anche della vita quotidiana.

Col senno di poi, mai sensazione è stata più realistica e, per certi versi, profetica.

Ma allora ero solo un ragazzo timido ma curioso. La mia fortuna fu di avere un insegnante (Prof. Cesare Vivante) aperto ed illuminato.

Insegnava lettere e storia, ma sapeva anche cogliere, in ognuno di noi allievi, le passioni che ci animavano e, sapientemente, le convogliava verso una più ampia dimensione dell’apprendere e del conoscere, fornendoci le basi per una autonoma e critica capacità di apprendimento.

E pur di perseguire questo suo singolare approccio, non esitava ad utilizzare – ante litteram – strumenti e metodologie didattiche che, ai giorni nostri, definiremmo “sperimentali” e, comunque, basate su concetti e modelli di apprendimento molto innovativi: fornire ai propri allievi gli strumenti di base, i mattoncini di Lego, su cui costruire da soli (ma con precisi riferimenti) la propria crescita personale.

Con lui anche la più classica delle “gite scolastiche” poteva diventare un laboratorio dove sperimentare sul campo concetti, nozioni e fatti già descritti in aula nel corso della normale lezione.

Ma non si limitava solo a questo. Se nelle sue conoscenze, se nella sua sfera di influenza, poteva esserci qualcuno o qualcosa utile, per un progetto scolastico o per la passione di un singolo allievo, non esitava, se lecito, ad utilizzarla.

Fu così che durante una lezione di letteratura, nella quale lui aveva esposto uno dei principi che stavano alla base di una certa filosofia e di un diffuso pensiero medioevale, sul libero arbitrio, che io manifestai, timidamente, le mie prime considerazioni sulla naturalità del pensiero e del comportamento umano e li accostai, quasi involontariamente, all’artificialità del comportamento delle macchine “intelligenti” e alla possibilità che, un giorno, magari lontano, anch’essere fossero in grado di “decidere” secondo degli schemi non prefissati precedentemente dall’uomo.

Ricordo, anzi, che avanzai anche l’ipotesi che fosse invece proprio l’essere umano che poteva essere “indotto” a ragionamenti e, quindi, comportamenti, su cui non aveva il libero controllo ma erano derivanti da una sorta di “pre-programmazione” voluta, di volta in volta, dalla natura anziché dagli schemi imposti dalla morale o dalle consuetudini del tempo.

Parlammo anche, in classe, dei comportamenti riferibili a malattie mentali o a “pazzia”, analizzandone, con i compagni, i casi di “punibilità” rispetto a quelli giustificabili, forse perché non andavano contro a regole comportamentali prefissate.

Ma la domanda che innescò tutto, alla quale lui non seppe rispondermi, ed alla quale ho dedicato – senza trovare risposta certa – molti anni della mia vita, fu: “Professore, ma le macchine potranno pensare?”.

Probabilmente fu proprio la sua incapacità di rispondere alla mia domanda che lo fece agire, fedele ai propri principi, proprio come fece.

A Venezia, all’epoca, aveva sede un centro di ricerca della IBM. Il mio professore, veneziano “doc”, al centro di una vasta rete di relazioni sociali e culturali, conosceva una ricercatrice che lavorava per il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e che aveva sede nello stesso palazzo dove c’era il centro di ricerche IBM.

La cosa, seppi più tardi, non era casuale. Il CNR faceva ampio uso dei sistemi di calcolo presenti nello stesso palazzo.

Fu così che mi propose di accompagnarmi a visitare questo centro, dove avrei potuto vedere, dal vivo, uno dei più grandi e potenti calcolatori dell’epoca.

Conobbi così la ricercatrice amica del mio insegnante, alla quale rivolsi alcune domande sul suo lavoro specifico e sulla modalità con la quale il calcolatore veniva programmato, tramite schede perforate, per la soluzione delle complesse formule matematiche necessarie per l’analisi dei dati raccolti.

Il linguaggio era il Fortran, in una delle sue primissime versioni. Ne avevo sentito parlare ma non lo conoscevo. Fu per questo che lei, gentilmente e raccomandandosi per una rapida restituzione, mi prestò un suo manuale, edito da IBM, dal titolo “Programmare in Fortran”.

Per una serie di svariate circostanze (nonché per una forma di pigrizia da adolescente) non ebbi mai l’occasione di restituirglielo. Ancora oggi ha un posto privilegiato tra i miei libri più cari.

Era un piovoso pomeriggio autunnale, ma quel giorno – ora ne ho la certezza - condizionò profondamente il mio futuro.

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Maurizio Duse

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                                        www.insula.it/images/pdf/resource/quadernipdf/Q13-18.pdf

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                                         http://eumm.memoro.org/it/I-soggiorni-in-montagna_2539.html

                         

                                                      www.memoro.org/it/La-mia-famiglia_2541.html

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                                                  www.memoro.org/it/Il-soggiorno-in-Svizzera_2537.html

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                                           www.memoro.org/it/Le-campane-di-mezzanotte_2544.html

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                                   www.beitvenezia.org/news-eventi/89/cesare-vivante-1920-2014-zl.html

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                                                  https://www.youtube.com/watch?v=Q3WkuyysSWU

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                                       www.cooplibra.memoro.org/it/La-ricerca-genealogica_2546.html

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                                      www.istitutomenotti.memoro.org/it/La-vita-ebraica_2545.html

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Fin dagli anni giovanili Cesare Vivante, più o meno coetaneo di quelli che sarebbero divenuti i miei genitori, era stato legato a loro da una salda amicizia proseguita ininterrotta attraverso il tragico e oscuro periodo delle persecuzioni razziali e della guerra e suggellata infine dalla sua partecipazione al loro matrimonio. Una cerimonia molto intima, in una piccola chiesa, alla presenza dei soli familiari: appunto per questo Cesare non poteva mancare, come non sarebbe potuto mancare un fratello. In qualità di testimone, per giunta, come i miei avevano fortemente voluto – tanto da “dimenticarsi” di informare il celebrante che questo testimone era di fede ebraica.
Naturale quindi che Cesare sia stato, da sempre, una presenza costante nella mia vita. Una presenza affettuosa, in nulla diversa da quella dei miei parenti più stretti. Era abituale averlo con noi alla nostra tavola, nelle gite in barca in laguna, nelle vacanze in montagna.

A volte eravamo noi ad andarlo a trovare, e in questi casi i miei ricordi d’infanzia associano a Cesare un’antica, bella dimora veneziana. Davanti alla porta d’ingresso, una “pietra d’inciampo” ricorda ora la mamma di Cesare, deportata a Ravensbrück; ma di questo e di altri luttuosi eventi familiari Cesare evitava di parlare. Non ho memoria di un clima malinconico, in quella casa; piuttosto, di un focolare domestico caldo e accogliente. Vi regnava come nume tutelare il gatto Negretti, il quale vigilava su Cesare, su sua sorella Bice e sull’amatissima governante, la mitica Pierina, che aveva accudito Cesare con affetto materno e che da lui sarebbe stata a sua volta, nei suoi ultimi anni, accudita con premura filiale.
La delicatezza, l’attenzione nei confronti di chi gli stava a cuore erano infatti tratti distintivi della personalità di Cesare. Una finezza d’animo, un’eleganza interiore che si rispecchiavano nella sua sensibilità per le cose belle. Gli oggetti che ci donava, spesso prodotti di artigianato orientale, discreti, mai vistosi, erano sempre di straordinaria raffinatezza. Ancora oggi, tante piccole cose sparse nella mia casa mi parlano di Cesare, dalla statuetta cinese alla scatola giapponese, al tagliacarte africano che uso pressoché quotidianamente. Incredibile, poi, come riuscisse a indovinare sempre la scelta dei libri che mi regalava, libri dagli argomenti più svariati ma dai quali restavo regolarmente affascinata: anche questi, libri non banali, non comuni, cercati e selezionati con una cura che rivelava profondo affetto e altrettanto profonda cultura.
Perché Cesare era persona di molteplici interessi culturali, rivolti soprattutto, ma non esclusivamente, alla filosofia, alla religione, alla storia. Così, quando nel corso delle ricerche che conducevo presso l’Archivio di Stato di Venezia per la mia tesi di laurea mi imbattei in una romanzesca vicenda che aveva come sfondo Corfù e come protagonista un’ava di Cesare, Rachele
Vivante, mi affrettari a parlargliene. Non dubitavo che se ne sarebbe incuriosito; non mi aspettavo, però, che il fascino dell’antenata lo prendesse a tal punto da indurlo a dedicarsi, anzi, a consacrarsi ad approfondire la storia di casa Vivante, rivelando stoffa di studioso e, in seguito, anche notevoli capacità di scrittore.
Si era aperta per Cesare una nuova stagione, appassionata e ricca di scoperte. Le indagini sul passato della famiglia significarono infatti per lui non soltanto recupero della “memoria dei padri”, ma anche riannodarsi di antichi rapporti e nascita di nuove amicizie, favorite dalla fitta corrispondenza con studiosi o con lontanti parenti ritrovati, e dai viaggi di studio che lo portarono da Corfù a New York. Con Dina sempre al suo fianco, amorevole e solidale compagna di vita e di avventure culturali.

L’avanzare degli anni significa per molti chiusura, inaridimento. Per Cesare avvenne il contrario. La sua età più matura fu tutt’altro che intellettualmente sedentaria: fu vitale, irrequieta, sempre in ricerca. Come se Cesare avesse deciso di mettere in pratica l’esortazione di T.S.Eliot: “I vecchi dovrebbero essere esploratori”. Solo che a lui, anche ricordandolo nei suoi ultimi anni, il termine “vecchio” proprio non si addice.


Federica Ambrosini

                         *  *  *

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Docenti della scuola ebraica con un gruppo di studenti.
 Gennaio 2024 
Riceviamo dal Dr Bellini una triste notizia:
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Come già esposto, la scuola si propone di fornire i giovani figli di contadini a "fare" e trasmettere conoscenza. A questo
scopo è stato assegnato a ogni studente un piccolo appezzamento di terreno sul quale applicare gli apprendimenti. Gli 
studenti trascorrono tre settimane al mese presso il convitto della scuola e una settimana a casa a lavorare sul proprio 
terreno. La scuola ha chiesto di poter acquistare erba mate, frutto della passione (mburucuyà) e piante medicinali tuttora
utilizzate come metodi curativi. I prodotti ottenuti vengono poi venduti al mercato regionale ricavando così un piccolo utile per l scuola. Con il nostro contributo sono stati acquistati 1000 semi di frutto della passione, 3000 piantine di erba mate, 35000 piantine di erbe medicinali, 8200 metri di tubo per innaffiare a goccia con evidente risparmio di acqua e 20 connettori. 
Grazie a un cambio favorevole e all'attenta gestione da parte della scuola è stato possibile acquistare anche uno schermo
55' con le relative casse acustiche da utilizzare per conferenze e lezioni collettive.
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I 25 alunni del 3° anno hanno sostenuto con successo l'esame finale davanti alla Commissione del Ministero dell'Educazione. L'esame consisteva nel discutere una tesina su cinque settori produttivi.  Il 6 dicembre riceveranno i diplomi di tecnico in agroecologia. 
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